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In una delle tante vite che ho vissuto. Uno

Quante vite può vivere un uomo? Tante, secondo Ennio Trinelli. Lo capirete leggendo i suoi racconti.

Iniziamo la pubblicazione dei racconti dell’amico Ennio Trinelli. Una raccolta agro-dolce con toni ironici, quasi autobiografica, che ci porterà a esplorare luoghi lontani e vicini, reali e virtuali.  Non hanno titolo, noi abbiamo deciso di rispettare la scelta dell’autore e di numerarli seguendo la cadenza di ricezione.
Ve li proponiamo anche in PDF in modo che possiate scaricarli e leggerli dove e quando preferite.
Buona lettura.

 

UNO

In una delle tante vite che ho vissuto sono stato un giovane uomo irrequieto e sempre alla ricerca di un posto dove stare, avvolto da un costante senso di inadeguatezza rispetto al mondo che mi circondava. Sentivo dentro di me la presenza di un infante, inadeguato e arrogante, che richiamava l’attenzione su di sé ammutolendosi in un silenzio che gridava con la potenza di cento tromboni in uno scantinato di pochi metri quadri. La presenza di questo esserino, che tanto strideva con il mio aspetto, piuttosto imponente e severo (mi avevano detto), non era altro che l’immagine che la mia mente decodificava per me, della mia incontrollata incapacità di assorbire e gestire l’ambiente: siccome tutto intorno a me mi faceva schifo, il bambino gridava.

Dovendo farlo stare zitto, presi a viaggiare: carte di credito in tasca, borsoni e iscrizioni a scuole di lingue su e giù per l'Europa e il Nord Africa, lavoretti qua e là con la preghiera di inviare la paga sul mio conto in Italia, così da pagare le rate delle carte di credito, tante conoscenze occasionali, tante meravigliose scopate altrettanto occasionali, ma mai inutili – se conta il fatto che le ricordo ad una ad una, centimetri inclusi. Io amavo viaggiare. Amavo viaggiare in treno. Potevo abituarmi, rilassarmi, leggere, chiacchierare, dormire, prepararmi all'arrivo dopo a volte dieci o dodici ore di dolce rollio, stare in uno scompartimento occupato da altri uomini-bambini urlanti come me, o donne-bambine piangenti come altre che non conoscevo, alzarmi e andare in bagno a pisciare o lavarmi i denti, fare una lunga camminata in esplorazione per capire se c'era qualche altro giovane uomo come me a cui il dolce rollio faceva venire voglie da soddisfare – e spesso c'erano.
Mi sembrava un utero, il treno, che mi forniva anche, post nascita, un nutrimento. L'unico del quale avessi bisogno al momento. O l'unico che pensavo mi servisse.

Victoria Station. Scendo col borsone e Stephen è lì. “Bienvenido en Londres”: mi dà il benvenuto a Londra in spagnolo el muy capullo e poi mi abbraccia. Stephen è un uomo di colore di una bellezza sfolgorante, alto un metro e novanta con occhi verdi e scintillanti e un sorriso che uccide. Indossa un abito di fattura nigeriana. Colori africani. Io, come al solito, sono in nero. Victoria Station è un posto detestabile. Se devi pisciare fai i conti con cessi pubblici in acciaio scintillante dove tutti, indistintamente, pisciano en plein air sotto lo sguardo vigile di sorveglianti che stanno attenti a che tu non posi lo sguardo sul pisello dei tuoi vicini. Così loro possono guardare quelli di tutti. L'odore di piscio è insopportabile quasi come d'estate lungo il Tevere ma qui, uscendo e ripassando all'interno della stazione per scendere nella Tube, ci si lascia alle spalle l'odore di piscio per essere nuovamente investiti da quello acre di carbone bruciato, perché in quella nazione straordinariamente moderna diventata tale lasciando le loro colonie ad un incommentabile medio evo culturale, nella capitale di quel Regno, i treni vanno a carbone. E non c'è il bidè.
Dobbiamo arrivare oltre Hackney. Io abiterò lì per qualche mese e Stephen, come mi aveva preannunciato da Barcellona, starà con me perché “hace un tiempazo que no te veo”; Stephen mi parla in spagnolo perché lui – che è inglese, londinese in fact – non vuole più parlare la sua lingua madre. La Tube di Londra è definibile come un museo d'arte sotterraneo per molti motivi, tra i quali la fauna umana non è necessariamente l'ultimo. Cambiamo quattro o cinque linee e ad Hackney c'arriviamo in autobus. Viaggio sempre al piano di sopra e Stephen si irrita perché lui è troppo altro per la scala a chiocciola e rischia di rompersi la testa. Anche l'ultima volta che avevo viaggiato da solo, qualche mese fa, per arrivare qui ed incontrare la proprietaria che pretendeva di avere l'intero affitto con mesi di anticipo, non so come l'avessi spuntata, avevo viaggiato di sopra ed ero stato preso di mira da un gruppo di giovanotti puzzoni e sgraziati, che pretendevano di farmi saltare i nervi con battute cretine in modo da poter scatenare la rissa. Mi avevano seguito da Earl's Court su più treni e più linee ed infine su quell'autobus numero 71, se non ricordo male. Era uno dei tanti “non so come ho fatto ad uscirne” della mia vita.
L'appartamento era appartenuto a una giovane donna italiana che, dopo avere scoperto in quella casa di essere stata contagiata dall'Hiv, aveva sfogato la sua disperazione scrivendo frasi sconnesse con gessi o pennarelli rossi su tutte le pareti della casa, la più allegra delle quali diceva “Io sono il demonio e ho un altro demonio in me”. Le aveva poi cancellate come meglio poteva, ma erano ancora leggibili. Per non farmi mancare nulla, si era portata via il telefono. Così dovetti avvertire dalla cabina all'angolo la proprietaria il cui commento fu la conferma del gusto per l'understatement dei sudditi di Sua Maestà così appesi al loro cappio-cravatta da non rendersene nemmeno conto, bell'è pronti come sono per essere impiccati: “Oh… THAT woman”. Ed era finita lì.
Un fattorino aveva consegnato un nuovo apparecchio di lì a qualche giorno. Fu Stephen a farsi carico di firmare la ricevuta. Io non ero in casa. Forse per questo mi aveva poi raccontato di avergli fatto un pompino, al ragazzo delle consegne, ma io non ci feci caso. Le avventure sessuali degli altri, vere o presunte, mi hanno sempre interessato poco. Poi la cosa parve trasformarsi, mi disse un paio di volte che usciva a cena con “el tío del teléfono”, e io continuai a rispondergli che non volevo mi mettesse al corrente della sua vita sessuale perché mi interessava poco. E quel poco voleva dire niente. Stephen lo sapeva, ma pareva non gli importasse. I suoi racconti dettagliati di ginnastiche da letto che mi annoiavano, perché quando toccava a me non le praticavo come ginnastiche da letto, erano stati l'unico motivo di frizione tra noi fin dall'inizio della nostra amicizia.
Pedrito Williams era il miglior amico di Stephen. Si conoscevano da sempre: viveva a Kilburn High Road, praticamente dall'altra parte di Londra e il venerdì successivo al nostro arrivo ci preparammo per andare da lui per passare il weekend, saremmo rientrati il lunedì mattina. In tempo per il mio corso intensivo. Pedro era un uomo di rara sensibilità: di padre britannico e madre dominicana non aveva naturalmente, e da tempo, più nessun rapporto con l'anglosassone profanatore che dopo l'agognata deflorazione e il fattaccio che ne seguì, preferì nascondere il pene nelle mutande e la sua inutile fisionomia in qualche cesso, forse più consono alla merda che rappresentava. Pedro assunse il cognome della madre e se la cavò da solo.
Non sono mai stato un grande frequentatore di locali, nemmeno di quelli che ai tempi venivano chiamati gay club, i locali notturni mi mettevano a disagio: la gente fumava e io no; la gente si ubriacava e io ero astemio; la gente si incontrava e si infilava in un cesso a trombare e io ai tempi avevo già perso abbastanza amici uccisi dall'Hiv per non rendermi conto dei rischi che correvo; la gente sembrava doversi divertire a tutti i costi e io mi annoiavo anche solo a guardarli. Così quando entrammo in questo locale a due piani dove al piano di sotto una folla sudaticcia e mezza nuda ballava forsennatamente e al piano di sopra, che era la sala dove eravamo stati invitati, tutti bevevano circondati da gente di spettacolo, attori e cantanti, fu con anglosassone aplomb che feci posto a Boy George, buon amico di Pedrito, che venne a sedersi con noi e chiacchierò amabilmente per un paio d'ore. Tuttavia, anche in quel posto, con quegli amici, seduto al tavolo con quello che era la star del momento, con la consapevolezza che l'80% della gente che conoscevo avrebbe dato un anno di vita per essere al mio posto, mi chiedevo cosa ci facessi lì, che era quel cosa ci faccio qui che sarebbe diventato presto: cosa ci faccio al mondo che non c'è nulla che mi sembri sensato fare, sentire o vivere. Così quando Boy George mi strinse in un caldo abbraccio e mi ringraziò perché per la prima volta da anni qualcuno aveva conversato con lui dimenticandosi che si trattava di una rockstar, mi dissi che a qualcosa almeno servivo. Forse a qualcuno. Certamente non a me stesso. Incontrai altre rock-star o come si chiamano. Tutti loro erano accecati da ciò che pensavano di loro stessi in opposizione a quello che realmente erano. Una proiezione di quel problema maschile assai serio che si nasconde dietro una cerniera chiusa sul davanti dei pantaloni e che non è mai quella cosa che vedono gli altri, ma sempre e soltanto quella che i maschi pensano di avere tra le gambe. Le due esperienze, inutile dirlo, non collimano mai. Ridemmo a lungo con Pedrito su questo aspetto così immaturo della mascolinità, esagerato da molti degli uomini che amano gli uomini e che a me pareva esilarante. Ne ridemmo anche tornando spesso in quel locale dove avevo conosciuto, sempre grazie ai miei amici, questo giovane uomo del Marocco che in quel posto lavorava come cameriere e che mi piaceva molto. Scoprii che frequentava la stessa scuola d'inglese che frequentavo anche io dalle 11 alle 15.30. Rimasi a bocca aperta quando me lo trovai in classe. Aveva chiesto di cambiare sezione dopo essersi informato di quale fosse la mia.
Khalid, si chiamava Khalid, aveva ventidue anni. Quando lo incontrai in classe il primo giorno indossava un cappello rosso con visiera che colpii con uno schiaffetto. A lui brillarono gli occhi. Lavorava in un bar dalle 7 alle 10 del mattino, poi quattro sere alla settimana nella discoteca dove l'avevo incontrato. Era gentile e sempre sorridente. Con mani lunghe e affusolate, la pelle profumata il cui aroma si percepiva anche stando semplicemente seduti al banco durante la lezione, Khalid parlava sottovoce e non perdeva un battito di ciglia. Fu lui a chiedermi di uscire. E io arrossii come una bambina. Fu una serata molto semplice, inaspettata. Un ristorante indiano, io che cerco di essere gentile con il cameriere chiedendo “Potrei avere il conto per favore” e lui che mi risponde “Certo che può, pensa che la lascerei uscire senza pagare?” e io che faccio uno sforzo enorme per non rompergli in testa la caraffa di vetro che, lì, di fronte a me, al centro del tavolo, mi chiede di farla sentire viva. Poi la mano di Kahlid che si poggia sulla mia e il suo sguardo che mi arpiona e mi dice: “Fermati”. Dopo è la solita lunghissima traversata della città, ma questa volta verso Rectory Road dove abita Khalid, un altro autobus a due piani, ancora seduto al piano alto, e Khalid alla mia destra che guarda Londra che si srotola sotto i suoi occhi parlando poco, ginocchio contro ginocchio che mi fa perfino male per quanto ce l'ho duro e, inaspettatamente, una volta a casa, Khalid che si infila velocemente sotto le coperte prima di me, così velocemente che mi accorgo che è nudo soltanto quando a mia volta entro nel letto e lui mi si sdraia sopra e sta lì, l'erezione che pulsa sulla mia, la sua testa appoggiata sulla mia spalla e - non so per quanto tempo - le sue mani mi accarezzano e io accarezzo lui, e poi mi bacia - non so per quanto tempo - e senza nemmeno pensare che io quella cosa lì non l'ho mai fatta prima, me lo sento dentro e prendo coscienza di una sessualità sconosciuta che mi arpiona la testa. E il mio modo di pensare a me stesso come maschio cambia per sempre.
Khalid rimarrà con me per tutto il tempo del mio soggiorno a Londra, con grande mosqueo di Stephen che non aveva previsto di venire da Barcellona per stare con me per poi vedermi cadere ai piedi del primer moro que te se folla.
Non rispondo. Ci sono idiozie per le quale l'unica risposta adeguata è il silenzio, e le bizzarrie di Stephen le conosco dal giorno in cui, a Tarragona, mi chiese diecimila pesetas in prestito e poi mi invitò a pranzo dicendo Yo te invito, pagando coi soldi che gli avevo appena prestato. Raccontai l'episodio e l'attacco di gelosia di Stephen a Khalid sulla via del ritorno verso la scuola, uscendo da casa sua un lunedì mattina presto – c'aspettavano quasi due ore di viaggio – e lui manifestò tutta la sua disapprovazione sputando a terra con disprezzo. Khalid era alto e dinoccolato, aveva gambe snelle e muscolosissime e un culo come il suo, con natiche tanto perfette, non l'ho più baciato. Gli avevo sempre detto di provare con l'atletica, con quel fisico perfetto per il mezzofondo veloce. Invece lui, un giorno, poche settimane dopo il mio ritorno in Italia, mi scrisse per informarmi che si trasferiva a New York. Non scomparirò, diceva la lettera. Ma a New York si scompare anche senza volerlo e io lo sapevo. Probabilmente lui no.


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Ennio TrinelliChi è Ennio Trinelli
Ama definirsi divulgatore culturale per le numerose attività che svolge nell’organizzazione di festival letterari, teatrali, di cinema e cortometraggi; cura la direzione editoriale dei siti del circuito informativo di Gaiaitalia.com Notizie (www.gaiaitalia.com). Nato nel 1961 ha vissuto due decenni abbondanti di esperienza come conduttore radiofonico; pratica la critica teatrale con grande disappunto delle compagnie e persino la recensione letteraria con uno sprezzo del pericolo che lascia stupita persino la tastiera sulla quale digita. Cura la direzione artistica e l’organizzazione delle manifestazioni Weekendletterari Fest, e Urla dal Silenzio; ha collaborato con la rivista Linus per la quale curava la rubrica “Un mondo tutto queer”, ha vissuto di qua e di là come se gli facesse piacere. Legge moltissimo, ma non è l’unico difetto insopportabile di cui è portatore. Parla infatti cinque lingue e ne scrive correttamente tre. Nel corso del 2022 insieme a Giuseppe Sciarra e Andrea Natale ha dato vita al Gaiaitaliapuntocom Film Fest e ha scritto, diretto e prodotto la docu-serie “L’Ultima Transizione. Tra Presente e Futuro “ che ha vinto il premio per il miglior pilot al recente Apulia Film Festival. Tra i numerosi difetti spicca l’antifascismo, ma in tempi in cui questa è tanto soltanto una parola, potrebbe addirittura essere irrilevante. Da settembre 2024 riprenderà la cura del format in streaming live “La Vasca dei Pesci TV”. Ha pubblicato il romanzo “Vie di Scampo” e, in lingua spagnola, “El Fluir del Agua” mai uscito in Italia. Ha diretto il festival di Cinema LGBTI della Costa del Sol. È ancora vivo, ma prima o poi finirà anche questo. Senza particolare disappunto.

 

Nota: L'immagine iniziale è una eleborazione di una foto di Pixabay