Un libro tira l’altro

 

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Gli editori devono rincorrere il tempo perduto per questo ci inondano di novità, non c’è che l’imbarazzo della scelta.

 

Lo scorso anno gli editori hanno sospeso la pubblicazione ed ora devono rincorrere il tempo perduto inondandoci di novità. Una meraviglia perché possiamo perderci e trovare proprio quello che desideriamo. Vi propongo una piccola selezione con libri in uscita a giugno.

Il mistero di Agatha Christie” di Marie Benedict (Piemme) sembra sia la miglior ricostruzione dei giorni in cui la scrittrice scomparve nel nulla.
È in una sera di ottobre del 1912 che Agatha Miller conosce il tenente Archibald Christie, un giovane pilota bello e sfacciato che insiste per danzare con lei. I due diventano inseparabili, e non bastano l’ostilità delle famiglie o la penuria di mezzi a impedir loro di sposarsi e coronare il proprio amore. Ma quando, nel 1919, Archie torna a casa dalla guerra, è un uomo molto diverso dalilmisterodiagathachristie ragazzo che Agatha aveva conosciuto, e la vita con lui si rivelerà l’opposto di come la scrittrice l’aveva immaginata. Dicembre 1926. Dopo una furiosa lite, Agatha scompare. La sua auto viene ritrovata sulla riva di un profondo stagno; i segni lasciati dalle ruote e una pelliccia rimasta incomprensibilmente nel veicolo sono gli unici indizi su cosa possa esserle accaduto, o almeno così crede la polizia. Agatha, infatti, ha lasciato dietro di sé anche una misteriosa lettera, di cui solo Archie conosce l’esistenza e il contenuto. In poche ore, l’uomo si ritrova al centro di uno di quei gialli che hanno reso famosa la moglie, tra le implicite accuse degli agenti, l’insistenza della stampa e dell’opinione pubblica e le istruzioni della lettera, da cui dipende il suo futuro.
Ma cosa si cela davvero dietro la scomparsa di Agatha? Attraverso questa interpretazione di un episodio enigmatico della vita di Agatha Christie, Marie Benedict ci mostra una donna forte, capace di affrancarsi dalla persecuzione maschilista del marito mettendo in atto quelle abilità logiche e creative che ne hanno caratterizzato le opere.

Marie Benedict è un avvocato, ma ha sempre avuto la passione della storia e dell’archeologia. Ha studiato alla Boston University School of Law e vive a Pittsburgh con la famiglia. Tra i suoi romanzi, tutti bestseller del New York Times, sono editi da Piemme “La donna di Einstein” (2017) e “La diva geniale” (2019).

La spiaggia degli affogati” di Domingo Villar (Ponte alle Grazie), ancora la Galizia con un’altra avventura dell’ispettore Leo Caldas.
Un mattino di ottobre, sulla spiaggia di Panxón, a sud di Vigo, il mare restituisce il corpo di un pescatore annegato. Non si tratta di una disgrazia: l’uomo ha le mani legate con una fascetta. Potrebbe sembrare un suicidio, anche perché il Biondo era incline alla depressione e aveva un passato da tossicodipendente. O forse dovrebbe sembrare un suicidio, come sospetta l’ispettore Caldas. Forse la causa della morte è da cercare nei misteri che ancora avvolgono un altro spiaggia affogatinaufragio, vecchio di dieci anni. Forse davvero, come sostiene qualcuno nel paese, un fantasma si aggira in cerca di vendetta... Torna l’ispettore Leo Caldas, e con lui tornano i suoi comprimari: i colleghi del commissariato — a cominciare dal fido ma impetuoso aiutante aragonese Estévez — il padre ritiratosi fra le sue vigne, l’insopportabile conduttore radiofonico Losada, i «filosofi» della taverna di Eligio. Torna, soprattutto, la Galizia di Domingo Villar, autentica coprotagonista: sole bruciante e nebbie, piogge improvvise, marinai taciturni, bar, osterie e quell’oceano che la isola e la unisce al resto del mondo. La spiaggia degli affogati è il romanzo che ha confermato il talento di un grande autore. Nella costruzione della trama come nella caratterizzazione dei personaggi e dell’ambientazione, nel mirabile uso del dialogo e nella straordinaria capacità di gestire il ritmo della narrazione, Villar è un autentico maestro del noir moderno.

Domingo Villar Vázquez scrive i propri romanzi in galego e in castigliano. Alle indagini dell’ispettore Leo Caldas ha dedicato anche L’ultimo traghetto (2019), pubblicato con grande successo in Italia da Ponte alle Grazie. Da “La spiaggia degli affogati” è stato tratto un film diretto da Gerardo Herrera.

Forty” di Carla Fiorentino (Fandango Libri) ci fa riflettere sui cambiamenti che avvengono dopo i 40 anni.
Volete mettere tutte le cose cui si impara a non dar peso dopo i quaranta? Carla Fiorentino, quarantenne sarda, ci offre il suo personale catalogo di tutto ciò che non solo si impara a ignorare ma si capisce di apprezzare appena superata la soglia che per molti segna l’inizio di una nuova vita (spesso più divertente di quella che l’ha preceduta). In Forty, i quarantenni sono dotati di superpoteri, primo tra tutti il riuscire finalmente a fregarsene delle conseguenze delle piccole azionifortyquotidiane, o il possedere il pollice più veloce del West per gli acquisti on line, o l’aver elaborato un nuovo elisir di lunga vita chiamato acqua e limone, o il superpotere di affidarsi alle camminate per tenere in salute un corpo che soffre dei primi acciacchi. E cosa dire del gastrofanatismo o del sesso che finalmente smette di essere una performance, o della nostalgia che porta a rivalutare cocktail di gamberi e tortellini alla panna, per non parlare dell’ossessione della casa-tana e della panificazione? Giocando sull’ironica assonanza fra l’inglese forty e l’italiano forti, Carla Fiorentino propone un’acuta ed esilarante riflessione sui quarantenni di oggi ricca di riferimenti a libri, musica e spunti. Piccole manie, un saggio menefreghismo e un pacificato rapporto con la felicità fanno dei quarant’anni una scusa per affrontare in tono leggero temi che leggeri non lo sono affatto, secondo il marchio di fabbrica che ha fatto conoscere e amare quest’autrice eclettica ed eccentrica al pubblico italiano.

Carla Fiorentino nasce a Cagliari nel 1979. A 19 anni lascia la Sardegna per studiare a Roma, dove si laurea in Sociologia della Letteratura e inizia subito il suo viaggio nel mondo editoriale che dura da ormai quindici anni. Dal 2021 è la direttrice editoriale di Emons. Nel 2018 ha esordito con “Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore” e nel 2020 è uscito sempre per Fandango Libri “I tonni non nuotano in scatola”. Nel 2020 ha realizzato “Forty”.

L'arresto” di Jonathan Lethem con la traduzione di Andrea Silvestri (La nave di Teseo) non è un romanzo post-apocalittico. Non è una distopia, né un’utopia. “L’Arresto è quello che succede quando le cose che diamo sempre per scontate - soprattutto macchine, armi, computer, aerei e tutto il resto - semplicemente smettono di funzionare.
Un brivido ti corre lungo la schiena? Dà un’occhiata.
Molte cose esistono non viste.
In un futuro non troppo lontano, il mondo è stato colpito dall’Arresto, una misteriosa calamità per cui i mezzi di trasporto e le reti di comunicazione, i computer, gli elettrodomestici e persino le armi arrestohanno smesso di funzionare. La modernità è in pausa, la linea del progresso è spezzata: c’è un prima e un dopo.
Alexander Duplessis, detto Sandy, ex sceneggiatore di Los Angeles, è rimasto bloccato nella penisola del Maine dove la sorella Maddy gestisce una fattoria biologica che permette alla comunità locale di sopravvivere, versando un tributo ai motociclisti del Cordone che presidiano i confini della regione.
L’arrivo di un vecchio amico di Sandy, il produttore Peter Todbaum, con un poderoso mezzo a propulsione atomica e i racconti del suo viaggio on the road apocalittico attraverso gli USA rompono gli equilibri e tornano a insinuare l’idea di una possibile evoluzione nella collettività. Il Cordone esige che il nuovo mezzo venga subito consegnato e la comunità precipita nello scompiglio. Non si tratta solo di reinterpretare la natura dell’Arresto, la realtà di quanto accaduto, con gli occhi dell’ultimo arrivato Todbaum, ma di decidere se e come sviluppare il potenziale tecnologico che la sua supermacchina ha messo nuovamente a disposizione dell’umanità.

Jonathan Lethem è autore di romanzi, saggi, racconti; ha vinto la MacArthur Fellowship e il National Book Critics Circle Award per la narrativa. Collabora, tra gli altri, con “The New Yorker”, “Harper’s Magazine”, “Rolling Stone”, “Esquire” e “The New York Times”. Tra i suoi romanzi pubblicati in Italia: “Concerto per archi e canguro” (1994), “Brooklyn senza madre” (1999), “La fortezza della solitudine” (2003), “Il giardino dei dissidenti” (2014). Presso La nave di Teseo ha pubblicato “Anatomia di un giocatore d’azzardo” (2017) e “Il Detective selvaggio” (2019).

I funamboli della parola”di Anna Aslanyan (Bollati Boringhieri) è un’ode appassionata ai professionisti della traduzione e alla loro influenza nel corso della storia. Aslanyan racconta non tanto il mestiere di tradurre quanto le strategie di sopravvivenza di chi lo svolge. Attraverso malintesi, fatali lacune e cuciture diplomatiche esploriamo il delicato rapporto tra interpreti e interpretati sia nel passato che nell’attualità.

I rapporti diplomatici raramente funzionano senza un esercito invisibile di traduttori e interpreti. Pur trascurati, alcuni di essi sono riusciti ad alterare, nel bene o nel male, gli eventi della storia. Anna Aslanyan – giornalista russo-inglese con molti anni di esperienza nel settore – esplora ifunanboli parolaretroscena di astuzia e ambizione, eroismo e incompetenza, che hanno avuto come protagonisti i professionisti della traduzione, scoprendo fin dove può arrivare un semplice malinteso.
Hiroshima sarebbe stata bombardata lo stesso se il dispaccio giapponese non fosse stato tradotto in modo ambiguo? La resa delle barzellette di Berlusconi ha dato una svolta alle cene del G8? Come reagì l’interprete ebreo di Göring durante il Processo di Norimberga? Che ruolo hanno avuto i dragomanni o i dizionari idiomatici nel dichiarare guerre o tessere alleanze? Quando una frase galante diventa offensiva?
Aslanyan prova a dare una risposta ricorrendo a diciotto esempi tratti da varie epoche e culture: dagli intrighi di corte risolti da zelanti interpreti al duello fra Nixon e Chruščëv, dalla Brexit fino agli «shithole countries» menzionati da Trump. Riflette, infine, sul ruolo dei traduttori nel prossimo futuro, quando la loro versatilità dovrà superare l’intelligenza di algoritmi di traduzione sempre più efficaci. Le storie qui raccontate in modo fulminante e ironico mostrano i traduttori al lavoro e le conseguenze, spesso memorabili, della loro mediazione. E sono un omaggio ai professionisti della traduzione, che lavorando all’ombra devono conseguire diversi obiettivi in contemporanea: ottenere il senso corretto delle frasi, attraversare (e non violare) certi patti sociali, mantenere l’equilibrio culturale. Non è un caso che Aslanyan compari il traduttore a un funambolo che danza nel vuoto: la sua è un’impresa creativa, ma a volte può essere perfino fatale.

Anna Aslanyan è giornalista, traduttrice letteraria e interprete giudiziaria. Cresciuta a Mosca, vive a Londra. Scrive per «The Spectator» e «London Review of Books». “I funamboli della parola” è il suo primo libro.

Nient’altro che nebbia” di Patrizia Emilitri (Tea) è un affresco di vita di provincia, animato da un folto gruppo di personaggi che escono dalle sue pagine con i tratti inconfondibili dell’autenticità.
In una grigia mattina di novembre il paese di Perzeghetto Olona – poche migliaia di anime vicino al lago Maggiore – deve affrontare il peggiore dei risvegli: il corpo senza vita della giovanissima Nadia Bignami viene ritrovato presso il lavatoio. Le indagini sono sin troppo semplici, perché l’ultima persona a vedere viva la vittima ha lasciato sul posto una traccia molto evidente: il suo zainetto, con tanto di portafoglio e documenti. È un altro giovane del paese, Andrea Costa, un ragazzo nientaltro-che-nebbiatranquillo, che studia e non ha mai dato preoccupazioni. Andrea non scappa, anzi, confessa lo spintone fatale. Ma perché i due si trovavano lì e cosa è successo realmente? Andrea non lo dice. E non lo dirà mai, andando incontro a un’inevitabile condanna. Sulla piccola comunità il «fatto di sangue» si abbatte come una tempesta, suscitando un’onda di odi, risentimenti, reticenze, pettegolezzi, pregiudizi e assurdità che travolge tutto e tutti: una ferita collettiva che soltanto gli anni riusciranno, lentamente e dolorosamente, a medicare. Questa storia dolente, ma non disperata, è raccontata da Patrizia Emilitri con ritmo avvincente, ammirevole precisione di dettaglio e profonda partecipazione umana: Nadia, Andrea, le madri, i padri, i fratelli e le sorelle, i vicini, i curiosi, le amiche, i maligni, i vecchi del bar.

Patrizia Emilitri è nata in provincia di Varese, dove vive e lavora. Ha esordito con il volume di racconti “Il conto della serva”, con il quale ha vinto il Premio Chiara sezione inediti. Ha pubblicato in seguito diversi romanzi, tra i quali si ricordano “La volta del bricolla” (2010), “Il testamento della maestra Elma” (2011), “La carezza leggera delle primule” (2014), “Come se l’amore potesse bastare” (2016), “La bambina che trovava le cose perdute” (2018) e “Ciò che è stato non si cambia” (scritto a quattro mani con Sergio Cova).

 

 

 

 

 

 

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