Parigi, niente è come sembra

L’11 novembre arriva in libreria The Passenger dedicato alla capitale francese. La guida si avvale di tanti contributi preziosi e delle foto di Cha Gonzalez, fotoreporter e documentarista.
Niente è come sembra in questa città, a cominciare dalle sue dimensioni, ridotte se si guarda solo al nucleo di venti arrondissement, con poco più di due milioni di abitanti, ma seconda in Europa se si considera – come dev’essere – tutta l’Île-de-France. La distanza tra centro e periferia riproduce in scala quella ancor più marcata tra la capitale e il resto del paese, secondo una tradizione di ferreo centralismo. Questa forza centripeta produce quasi un terzo del Pil e crea un quarto dei posti di lavoro della Francia, ma un movimento di direzione opposta sembra respingere i nuovi arrivati, sia francesi che stranieri, relegandoli ai margini, che possono essere quelli geografici e sociali di una banlieue abbandonata, come quelli più sottili di chi vive sì in centro ma viene considerato dai parigini un corpo estraneo, un provinciale. Il riflesso della città delle luci può essere accecante persino per i turisti: lo scontro con la città reale, così diversa da quella amata nei film e nei libri, per alcuni di loro sfocia addirittura nella cosiddetta «sindrome di Parigi». Ma anche le zone d’ombra sembrano allungarsi: gli attacchi terroristici del Bataclan, le manifestazioni dei gilet gialli, le rivolte nelle banlieue, Notre-Dame in fiamme, ondate di caldo record e il coronavirus. Più silenziosamente, un boom immobiliare che sta svuotando la città dei suoi abitanti. Non è solo una serie di eventi sfortunati: sono fenomeni – dalla densità abitativa al cambiamento climatico, dall’immigrazione alle ripercussioni della globalizzazione e della geopolitica – che tutte le metropoli del mondo dovranno affrontare.
E a Parigi, oggi, l’aria che tira non è di sconfitta ma di rinnovamento: dalla svolta ambientalista e urbanistica
in corso – il sogno di una città fatta di tanti piccoli centri, finalmente collegati tra loro – a una generazione di chef in lotta contro il classismo delle stelle, dai figli di immigrati che scendono in piazza per il diritto di sentirsi francesi alle donne che si strappano di dosso uno stereotipo che l’impero della moda ha creato per loro. C’è qualcuno che pensa sul serio di poter insegnare ai parigini come si fa una rivolta?
Un anno dopo essere stato a Berlino, The Passenger torna a esplorare una città e va nella capitale dell’amore, Parigi.
Il libro si apre con un pezzo dell’architetto e critico d’arte Thibaut de Ruyter che, partendo da una lettera d’amore al Centre Pompidou, riflette sulla tradizione dei presidenti francesi di «regalare» un grande progetto alla città; oggi al loro posto ci sono sponsor privati con grandi mezzi e poche idee. A un occhio attento Parigi si rivela più variopinta di quanto le guide turistiche vorrebbero farci credere: vi convivono una incredibile varietà di culture e di storie. Come quella della più grande comunità cinese d’Europa, descritta dal giornalista Tash Aw: la nuova generazione mescola le proprie origini con i valori francesi di liberté, égalité, fraternité e decide di far sentire la propria voce protestando contro il razzismo.
E poi, lo sapevate che Parigi è la capitale della Sape, un movimento sociale nato in Congo e incentrato sul culto dell’eleganza? Frédéric Ciriez e il sapeur Jean-Louis Samba ci svelano i codici segreti di questo dandysmo centrafricano. Il giornalista James McAuley ci racconta poi, in un articolo uscito sul The Guardian, come in una Francia – e una Parigi – ossessionate dalla laicità di stato, gli omicidi di due anziane donne ebree siano stati strumentalizzati per dare nuova forza a una crescente islamofobia.
Lo scrittore e chef Tommaso Melilli ci accompagna alla scoperta della bistronomie, la rivoluzione culinaria degli ultimi vent’anni che ha portato una generazione di cuochi stufi dell’ambiente rigido dei grandi ristoranti a portare l’alta cucina ai tavoli dei bistrot di quartiere. La giornalista Alice Pfeiffer analizza gli stereotipi legati alla parigina, una donna che esiste quasi solo nella fantasia dei grandi registi e delle redattrici delle riviste di moda, eppure rimane uno dei maggiori prodotti di esportazione della capitale francese.
Un altro simbolo che viene ridimensionato è l’immagine degli Champs Élysées, da viale del lusso e del potere a palcoscenico delle proteste dei gilet gialli: Ludivine Bantigny ci spiega come la madre di tutte le strade parigine ha finito per incanalare il malcontento e l’odio di una parte del paese.
Il rapporto tra capitale e provincia è centrale nel saggio della scrittrice e giornalista Blandine Rinkel, che svela molte delle difficoltà che incontra chi arriva a Parigi, da turista o da studente, e si scontra per la prima volta con la città reale, così diversa da quella idealizzata dal cinema e della letteratura, e con una certa spocchia dei parigini. Anche Samar Yazbek è un’amante della Parigi letteraria, e racconta i suoi viaggi – fisici e non – tra la capitale francese e la sua Damasco, da cui è fuggita a causa della guerra.
Ma non sono tutti uguali gli abitanti della capitale, ci sono anche gli ultimi romantici del calcio di una volta che tifano il Red star, la squadra parigina e partigiana del famigerato dipartimento 93 descritto da Ladj Ly nel film I miserabili. A parlarcene è un grande appassionato, lo scrittore Bernard Chambaz. Chiudiamo con un testo di Teresa Bellemo sulla trasformazione di Parigi, per volontà della sua sindaca Anne Hidalgo, nuova stella dell’ambientalismo europeo, che immagina una metropoli in cui i parcheggi lasciano il posto agli alberi e alle biciclette.
Le fotografie di questo numero sono state realizzate da Cha Gonzalez, fotoreporter e documentarista. Nata a Parigi, ha passato la sua adolescenza a Beirut, tornando nella capitale francese per studiare fotografia e videomaking all’École nationale supérieure des arts décoratifs. Parte del suo lavoro si concentra sulle feste techno come spazio in cui l’intimità, l’abbandono e la bellezza delle persone diventano visibili in modo crudo ma tenero, attraverso la musica trance e un legame forte tra gli individui. Le sue opere sono state esposte in diverse mostre collettive come «C’est Beyrouth» all’Institut des cultures d’islam di Parigi nel 2019 e la biennale di Clermont-Ferrand «Nicéphore» nel 2020. Le sue foto saranno anche incluse in un libro per il centenario dello stato del Libano. Ha lavorato, tra gli altri, per The Wall Street Journal, Elle, Libération, Le Monde e Causette.