• Home
  • Letture
  • Recensioni

Sandro Veronesi o del romanzo italiano

 

ap-veronesi
A legger le recensioni dei più quotati critici, delle maggiori testate nazionali, sul nuovo romanzo di Veronesi, sembra di assistere alla scoperta dell’unto. Trattasi purtroppo del solito falso allarme messianico.

 

C’è qualcosa che stona nella struttura romanzesca del nuovo, osannato, mitizzato romanzo di Sandro Veronesi. Uno che, dopo quanto accaduto a seguito del suo Caos calmo non avrebbe certo avuto bisogno del lancio apocalittico che, senza più alcun pudore, ha ricevuto dai salotti del Sistema editoriale–mediatico italiano.

Ma torniamo alla stonatura di cui sopra… O prima dovrei partire dalla struttura che l’autore ha dato al suo testo?

sandro veronesiQuel curioso saltellare dei capitoli da un anno all’altro che forse, nell’idea primigenia, voleva essere un modo di mimare i complessi andirivieni dei pensieri che dall’oggi fuggono incontrollati a ieri e poi all’altro ieri per rivoltarsi infine ribelli e insensati su quanto ci ha coinvolti due giorni fa?

Oppure l’intento di questo rebelot [francesismo residuo nel dialetto milanese che significa disordine, confusione, “caos” (!!!)] della trama è stato studiato furbescamente per dare originalità a un prodotto per altri motivi estremamente classico, diciamo pure in stile romanzo ottocentesco?

Fatto è che in tanti (tanti, sigh!) anni di letture non mi era mai capitato di dover fare un così continuo uso dell’indice di un libro, per raccapezzarmi nella storia.

Certo, ognuno fa quel che può per distinguersi, ma c’è chi ci riesce con leggiadria e chi con trucchi che sembrano arrivare dritti dritti dal cappello del mago Mandrake. Sarà forse questo il caso?

Non precipitiamo.

Torniamo alla trama di questo romanzo che, per alcuni dei recensori, farebbe di “Veronesi uno dei migliori romanzieri italiani viventi, uno dei più indiscutibilmente bravi, con più strumenti, più dotato, più attrezzato” [Christian Raimo su Il Tascabile/Treccani].

A me la trama è sembrata, a essere sincera, piuttosto banale. Il protagonista cui ne capitano di tutti i colori, una valanga di dolori e lutti: ho letto in giro, in una delle decine di recensioni dedicate a “Colibrì”… Ma, scusatemi, non è forse sempre così nella vita di noi umani? La nostra breve esistenza non è costellata di dolori e lutti? Certo agli egoisti lettoreincidono meno, ma agli altri… E, di conseguenza, se si scrive un romanzo che abbraccia un ampio lasso di tempo, che racconta di più generazioni, è scontato raccolga anche disgrazie e perdite. No, quanto accade a Marco Carrera (il protagonista del romanzo di Colibrì) è nella norma delle cose umane – vita, malattie e morte –, e se lui reagisce (qualcuno, nella bandella, è persino ricorso alla resilienza, SIGH!) e va avanti, anche questo è nelle regole, altrimenti da millenni ci saremmo estinti, con buon gradimento degli altri abitanti del pianeta. Insomma non siamo di fronte a un nuovo disegno attualizzato dell’eroe omerico, ma alla descrizione di un uomo normale alle prese con vicende normali; mi spiace per chi nella prima metà del romanzo ha dovuto tenere a bada scariche di adrenalina, a me non è capitato. Semmai io ho dovuto combattere noia e sonno, e non solo nella parte iniziale.

Così per tentare di sfuggire a l’impianto classico, di cui la trama l’avrebbe reso schiavo, Veronesi ha creato “il saltimbecco” di cui sopra, con il suo andirivieni di capitoli/anno. 
Ma ora scendiamo più nel particolare.

Gli Inventari

No, non ci posso credere… (anche se nella mia città direbbero, portandosi le mani al volto: Nun ce se po’ crede’!)
Che noia, dio che noia! 
E prima tocca al noiosissimo ed estenuante elenco di mobilia e suppellettili varie, con annesso valore di stima, che riescono a fruttargli ben tre pagine.

                                  inventario1

[Cit. dal capitolo Un inventario (2008)]

Ed è lecito, al lettore frastornato, chiedersi a cosa servono quelle pagine? Forse a un minicorso di architettura d’interni, un Non è mai troppo tardi del Design italiano anni Sessanta–Settanta? Oppure nelle intenzioni di Veronesi, quelle tre pagine, avevano il compito di stendere una patina di realismo, di necessaria concretezza che a causa di altre divagazioni il testo rischiava di smarrire? E, se dopo aver letto della “poltrona Sacco”, alpoltrona-sacco-di-fracchia solito lettore fosse venuta in mente quella farsesca utilizzata dal Villaggio nazionale nelle vesti bel buon Fracchia di quell’Itaglietta che in tanti rimpiangono persino a sproposito… e dopo quest’immagine si fosse sentito autorizzato alla pratica del canguro, e quindi a saltare, dopo quelle, altre pagine, paragrafi, interi pericoli?

Nessuna paura! Forte del suo nome – sedimentato da anni nel buco nero dei salotti della Letteratura italiana – il nostro è andato avanti tranquillo.

E permettetemi a questo punto di provare un filo d’ansia. Seppure questo libro è da alcuni recensori consigliato quale esempio del saper scrivere, a me vengono in mente le schiere dei lettori giovani, quelli che a un libro si avvicinano per curiosità, semplice diletto. Di quei, pochi, sopravvissuti a I Doni della morte della saga di Harry Potter. Costoro, dopo quella vittoria, si saranno guardati intorno alla ricerca di un romanzo “da grandi” e, visto quanto l’ultimo del “nostro” è stato recensito/osannato, magari avranno deciso di leggerlo. Me li figuro, poveretti, affrontare con decisione e piglio audace anche i sopracitati elenchi. E leggerli tutti, riga dopo riga – perché è così a quell’età, quando ancora manca il coraggio di mollare, di saltare a piè pari, perché a farlo si teme di commettere peccato, di perdere chissà cosa di prezioso! Eppure, persino loro, arrivati a “1 tavolo TL58, paniforte e noce massello, Marco Zanuso per Carlo Poggi, 1979 (8500€) potrebbero essersi fermati, proprio su quel “1979”, quando la madre di uno di loro aveva appena quattro anni… e avvertire la lontananza – metafisica, anzi statica, del tutto vana – di quelle righe, e pagine, e capitolo.

Ma, davvero (davvero), cosa vuol essere quella di Sandro V., ancora (ancora) una provocazione? Una dimostrazione del suo potere incondizionato?

Guardate che io sono quello di “Caos calmo” e a me tutto è consentito, e con i miei “elenchi” sono qui a dimostrarvelo! Non è ancora nato, e mai lo sarà visto come funzionano le cose qui in Itaglietta, un editor cui sia consentito di censurarmi. Censurarmi? che dico… Consigliarmi per una pur lieve riduzione o modifica al testo. Io posso, potetti, potrò.

Oltretutto l’autore non è delle nuove leve che deve preoccuparsi, il suo pubblico è altro; e per quello, passata appena qualche pagina, è pronto a replicare.

Capitolo Urania (2008): all’interno di una delle tante Mail (che poi chiamarle correttamente e–mail ci rendiamo conto sarebbe troppo da “The Common”) dirette al fratello Giovanni ecco spuntare l’altro elenco, che poi è peggiore del primo.

Si va dal numero 1 del 1952 all’899 del 1981: quasi trent’anni. E ve li immaginate elencati per esteso cosa avrebbero rappresentato? Un’ottantina di pagine grossomodo…romanzi-urania Qualcosa deve aver frenato l’aire del “nostro”, facendogli scegliere una via differente. L’ho definita “peggiore”, e difatti lo è. Un arzigogolo di congetture, tra il mentale lo storico e il masturbatorio, che – puntando a scoprire la ragione dell’assenza di tre, quattro numeri – si mette a setacciare gli avvenimenti accaduti in corrispondenza di quegli ammanchi. Come mai il babbo non li acquistò, quali fatti intervennero a impedirglielo?

Non svelo le ragioni per timor di spoiler, ma credetemi sembra di assistere a una pièce di dubbio gusto, che si è incerti se collocare nel genere tragico o nella boutade picaresca.

E di nuovo la domanda assillante: A cosa serve?

Veronesi vuol forse, un’altra volta, darci un esempio lampante di quanto sia complessa labirintica magmatica la nostra materia cerebrale? Quella di Marco Carrera o la sua? E il solito lettore, alle prese con questa parte della trama de Il Colibrì cosa può fare? Applaudire? Certo Sandro V. se l’aspetta (visto quanto gli è costato costruirla, quanto è stato costretto a combattere con calendari, perpetui e no). All’infelice lettore può altresì venire in mente una perquisizione notturna in tema-romanzo-1080x675casa Veronesi (cantine e solai compresi) alla ricerca di quella splendida collezione di fantascienza… Non fosse che, paventando il gesto, il nostro autore – nelle incredibili pagine conclusive, post–romanzo – lo rassicuri, confessandogli che sì lui è davvero in possesso di tutti quegli Urania: « (…) Nel capitolo Urania, la scritta a lapis sul frontespizio del romanzo di fantascienza è una cosa vera che riguarda me, adattata per il romanzo. In realtà fu mio padre, mentre io nascevo non mi ricordo più in quale ospedale, a Firenze, a scrivere queste parole sul frontespizio del romanzo di Urania che stava leggendo: “Buongiorno Signori e Signori, sto per presentarvi il mio nuovo amico... o no, amica... la signorina Giovanna... o forse no, il signor Alessandro... chissà... Ecco ecco, attenzione... arriva l’infermiera... non si vede ancora bene... ecco si abbassa... Signori e Signori, è arrivato Alessandro!” Il romanzo era L’occhio del cielo di Philip K. Dick, datato, per le ragioni esposte nel capitolo, 12 aprile 1959 anche se io sono nato il primo.»

–– inciso ––

Mi sia permesso un inciso, a proposito dei definiti “Debiti” che sono a post fazione de Il Colibrì. Visto che dai recensori sopracitati, codesto romanzo è addirittura definito “un manuale di scrittura” (cfr. C. Raimo, ibid), “il nostro” quasi immaginandolo vi ha apposto anche questa chiosa che, insieme ai ringraziamenti a un certo numero di amici e sostenitori, cita i suoi debiti culturali e i suoi “diabolici” debiti. Quasi che il lettore non sia in grado di vedere nel suo Duccio Chilleri uno scopiazzamento triste e asfittico dello iettatore della Patente di Luigi Pirandello.

Ma mi sia consentito un suggerimento, anche se non siete usi a farlo: leggeteli questi Debiti, vi riconcilierete con il riso e il buon umore, credetemi.

–– fine inciso ––

Riprendendo e concludendo… Perché da dire ci sarebbe altro, molto altro, come su questa massa di particolari, di minuzie inutili che Veronesi si affanna a dettagliare e a spiegare, convinto come dev’essere di avere a che fare non con un semplice lettore di media cultura, ma con un analfabeta ignorante, cui è il caso di appianare la via, pena il rischio di perderlo per strada. E tanti sarebbero gli esempi da citare di parti del testo nel quale l’autore, corredato di ogni tipo di parentesi (escluse forse quelle graffe), scende a discettare di inezie, di cose che si capiscono egregiamente, dimostrando un’altra volta quanta disistima nutra per la specie, quasi estinta, del “lettore”.

Ma non voglio sprecare così il vostro e il mio tempo, né togliere ai più temerari il copertina-il-senso-culturale-del-tempopiacere di scoprire da soli il maremagnum creato da “è uno dei migliori romanzieri italiani viventi, uno dei più indiscutibilmente bravi, con più strumenti, più dotato, più attrezzato.” (cit, C.Raimo, ibid), uno così dotato da far scrivere ad Alessandro Piperno (tra mille e mille elogi, epigrafi così stucchevoli da far scappare anche il lettore più ingenuo) “(…) Il colibrì entra nella mia vita mentre sono alle prese (da anni oramai) con un lungo romanzone che mi sta dando filo da torcere. Studiare il modo in cui Sandro ha saputo affrontare e risolvere i problemi compositivi posti da un libro così facile da leggere e così difficile da scrivere, può essere per me (e per chiunque si trovi nelle mie condizioni nervose) una fonte di ispirazione, se non proprio di salvezza.” (Cit. A. Piperno, sul Corriere della Sera).

E vogliamo citare anche il sommo Antonio d’Orrico che, sempre sul Corsera, ha definito Il Colibrì: “(…) un romanzo grande e potente come se ne scrivevano una volta”? (Cit. A.d’Orrico, sul Corriere della Sera).

Ed è certo che, di fronte a un simile schieramento di Corazzate Potemkin della critica letteraria/giornalistica, verrebbe voglia di ricorrere a certi bei tecnicismi – recitativi e discorsivi, drop-out e suspension of disbelief, anafora e catafora – ma sarebbe davvero utile al Common Reader di woolfiana memoria?
Non credo.
E – non dimentichiamolo mai – si scrive per trasmettere emozioni, interpretazioni della realtà, pensieri, conoscenze a un lettore comune, il resto è disputa da salotto letterario, da accademia di provincia.

Non ho letto tutte le oltre quaranta recensione dedicate all’ultima produzione di Sandro Veronesi, ma in quelle che mi sono capitate ho trovato citato l’Universo e il suo opposto, come se invece che di fronte a un romanzo di circa trecento pagine, fossimo al cospetto della Summa della letteratura occidentale dei secoli XX e XXI. E in effetti è un’ipotesi che potrebbe venire in mente trovando nelle pagine, edite da La Nave di Teseo, dai Manga ai trattati di psicoanalisi del Novecento. Paragonato ai massimi autori italiani del romanzo borghese del secolo scorso, oltretutto, Veronesi non si fa scrupolo di intrattenere il suo lettore con pagine di dozzinali fatterelli, riassunti dei fatti salienti occorsi al suo protagonista e familiari, sfidando il coraggio dei più temerari. Ma perché scomodare i Moravia e i Flaiano,per un confronto che al massimo può coinvolgere Quentin Tarantino, che mette in scena il Pulp e lo fa egregiamente, senza giustificarsi millantando la discendenza da Godard?

Un esempio? Decine di esempi, ma limiterò la citazione a due capitoli dei quali basterà scorrere i primi paragrafi. Solo che (1988–99), che racconta la storia d’amore tra Marco Carrera e la sua futura moglie, e L’uomo nuovo (2016–2029) che è poi la storia della “donna” nuova, la nipote che il Carrera cresce ed educa. Mentre scorrevo le righe non riuscivo a credere che quella fosse realmente la trama che Veronesi aveva scritto e affidata all’editore. Mi dicevo: è l’immaginazione del protagonista, a breve mette punto e torna sulla Terra. Mi dicevo: è un sogno, poi si sveglia!

Noooo, tutto vero!
Triplo SIGH!!!

E concludo qui, perché scrivere di Il Colibrì, come leggerlo, può avere effetti nocivi sulla salute, facendo credere – persino – che questa sia Letteratura con la “L” maiuscola, invece che semplice Pulp fiction per una provincia estrema e arretrata dell’Impero, quale negli ultimi decenni sembra essersi ridotta l’Italia.

….

E “la stonatura” di cui scrivevo all’inizio?

Il voler essere il cantore di un’élite, di un’intellighenzia superiore alla media, per trattarla poi con una condiscendenza degna di valvassori e servi della glena di medievale memoria.

Flaminia P. Mancinelli

PS

In questa valle di salotti e lacrime spero almeno di aver stimolato le vostre labbra a salire in una pur debole parvenza di sorriso esortandovi a non esclamare in coro “Non ci resta che piangere!”, quello poteva dirlo solo il sommo Troisi, e riuscendo anche a farci ridere…

                                     troisi

 

 

 

Stampa Email