Amélie Nothomb: autrice di talento o fuffa?

 

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Ho (finalmente) affrontato la lettura di una delle più quotate autrici “francesi” contemporanee, osannata da gran parte della critica e del pubblico, e...

 

È noto a tutti che il popolo francese soffre di quella che si definisce “grandeur”. In parole povere, questo significa che tutto ciò che i francesi fanno è il top, il meglio del meglio… Tralasciando ogni commento in generale, mi soffermerò su un caso specifico, quello dei suoi autori.

Ogni scrittore o saggista d’Oltralpe viene incensato e idolatrato al punto che europei e americani, ma non solo, si vedono costretti a correre a tradurre l’opera in questione e a idolatrarla a loro volta.

A sostegno di questa mia idea, non avete che da scorrere la classifica di vendita cinese per osservare come l’unico testo non-cinese sia Ventimila leghe sotto i mari di Giulio Verne!

Così non è un caso se due autori francesi – quali Michel Houellebecq e Amélie Nothomb (seppure quest’ultima nata in Belgio, ma residente da anni a Parigi) – siano accolti con stratosferico entusiasmo a ogni loro nuova pubblicazione, immediatamente tradotti e acquistati nella maggior parte dei Paesi occidentali.

Ho già avuto modo di commentare l’ultimo romanzo di Houllbecq, Serotonina, mentre oggi dedicherò la mia attenzione all’altro mostro sacro dei francesi, Amélie Nothomb.

Ho acquistato i suoi libri diversi anni fa ma, come spesso succede, sono rimasti accodati ad altre letture che mi sono via via parse più necessarie/urgenti. Qualche settimana fa, un articolo su di lei, mi ha fatta decidere, e naturalmente ho scelto il suo primo romanzo - L’igiene dell’assassino, che le è valso il Prix Alain-Fournier e Prix René-Fallet e un grande successo internazionale - e Metafisica dei tubi - considerato da gran parte della critica istituzionale uno dei suoi migliori romanzi -.

IGIENE DELL’ASSASSINO

Si tratta di due romanzi formalmente differenti, dato che L’igiene dell’assassino ha fondamentalmente una struttura “teatrale”. Si svolge, quasi tutto, nell’appartamento di un anziano scrittore di successo che, trovandosi in punto di morte, decide di concedere delle interviste. I primi giornalisti (uomini) ricevonoigiene-assassino scacco dal “difficile” personaggio, che li ridicolizza e manda via in malo modo. È poi la volta di una giornalista donna che sin dalle prime battute non solo dimostra di aver letto integralmente l’opera di monsieur Prétextat Tach ma anche di aver scoperto un suo terribile “scheletro nell’armadio”.

Sette anni dopo la sua pubblicazione, il regista François Ruggieri ne trarrà un film omonimo.
Che effetto mi ha fatto?
Scritto molto bene, ma parimenti molto, molto noioso.
Al terzo giornalista, e davanti al ripetersi del giochino tra lui e Tach confesso che stavo per mollare.

Scontato che la giornalista Nina lo mettesse alle corde e un minimo di movimento lo regala la rivelazione di una grave colpa (non aggiungerò altro per chi ancora non lo avesse letto) commessa dallo scrittore. Un po’ di “movimento” ho scritto, ma sarebbe meglio precisare che questa parte fa pensare a certi feuilleton di scarso valore, cui in questo caso si aggiunge l’improbabilità della storia.

METAFISICA DEI TUBI

Lo si potrebbe definire, senza tema di essere smentiti, un bell’esempio di Autofiction (o Auto-finzione, come si dice in Italia), D’altra parte l’inventore di questo stile è il celebre francese Serge Doubrovsky, che la coniò nel lontano 1977, e che è spesso stata utilizzata da molti autori successivi con alterne vicende.

Scorrendo la biografia di Nothomb si scopre che, pur essendo belga di nascita, ha vissuto i suoi primi metafisicatubi(“indimenticabili e meravigliosi”) anni di vita in Giappone, restando così affascinata dalla nazione orientale da eleggerla a sua patria ideale (almeno fino alla brutta esperienza altresì raccontata in Stupore e tremori???).

Fatto sta che ci troviamo a seguire le vicissitudini di una bimbetta di due-tre anni che, da subito, risulta oltre che improbabile (i suoi pensieri sono più da giovane adolescente) anche decisamente antipatica, vista la sua arroganza.

Ho citato l’Autofiction proprio perché come insegna quel genere letterario il confine tra realtà e finzione non è assolutamente determinabile né riconoscibile per il lettore, che può quindi liberamente (ma anche irrazionalmente) attribuire alcune parti del racconto alla vita reale dell’autore e altre alla sua florida immaginazione, senza che nulla nuoccia alla resa del romanzo.

Anche in questo caso, confesso, ho fatto davvero fatica a procedere nella lettura che, tranne per un breve paragrafo, si è consumata senza che niente (ma proprio niente) mi trasmettesse un’emozione.

CONCLUSIONE

Ed è proprio questo il tratto caratteristico che ho rilevato dalla lettura di queste due opere di Amélie Nothom: l’assoluta mancanza di pathos, di emozioni. I racconti non fanno mai né ridere né piangere,amelie-nothomb sono algidi e trasmettono una sensazione di immobilità assoluta di sentimenti.
Tempo fa ho letto un testo di un celebratissimo scrittore [credo si trattasse di Charles Bukowski) che spiegava che un bravo autore deve saper toccare la nostra emozione, suscitare in noi lettori una reazione, per essere riuscito nel suo intento, perché questo è il compito di un vero scrittore.

Se questo è vero – e per me lo è – il successo accreditato alla signora Nothomb è solo effetto di un’errata valutazione iniziale che l’autrice ha poi alimentato creando di se stessa un personaggio eccentrico – tra le sue dichiarazioni: mangio cibo mondezza, non uso né la tv né il web e posta elettronica né tanto meno il cellulare -, abbigliato sempre con vesti e cappelli solo neri.
Flaminia P. Mancinelli

L’igiene dell’assassino, ed, Voland e Guanda.
Metafisica dei tubi, ed. Voland e Guanda.

 

 

 

 

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