A proposito di Amore e Morte
Negli scorsi giorni ho letto due libri molto simili per argomento.
Mi riferisco a "Una questione di morte e di vita" di Irvin Yalom e "Nicolas" di Nicola Gardini.
Nessuno dei due ha l’impostazione o l’eloquio di un saggio, piuttosto di un memoir, seppure entrambi gli autori qualche volta, forse per abitudine - entrambi professori universitari -, non sfuggano alla tentazione di regalarci le loro “indiscutibili certezze": è così, anziché, questo accade perché…
Il primo traccia, nella sua narrazione, la malattia e la morte della moglie, Marilyn Yalom e il secondo del suo compagno e poi marito Nicolas Moureaux.
Nel racconto di Yalom la famiglia - i loro quattro figli e i nipoti - sono un supporto di amore all’uomo che, a quasi novant’anni, deve affrontare l’imminente perdita di colei che ha amato dall’adolescenza. Nel libro di Gardini il protagonista deve accettare la separazione da colui che ama da quasi vent’anni circondato dall’affettuosa attenzione di numerosi amici mentre la famiglia del suo amore francese è praticamente assente.
Yalom è un esperto sul tema del lutto, la morte è da sempre la sua bestia nera, ne ha scritto e ne ha trattato con i suoi pazienti per una vita. Gardini sceglie, con il suo Nicolas, di ignorare quanto più è possibile il destino che li attende e di continuare, oltre l’immaginabile, a vivere in un presente dal quale il futuro, e quindi la morte, è estromesso.
Nel primo, per più della metà, a raccontare quanto accade sono entrambi i coniugi, nell’altro è soltanto Gardini, il sopravvissuto, a scrivere. Diversi mesi fa avevo letto un libro analogo - L’anno del pensiero magico di Joan Didion -, nel quale l’autrice espone la sua personale "elaborazione del lutto" per l’improvvisa morte del marito. Non mi aveva affatto convinta seppure un amico, che vive da anni negli USA, mi aveva detto che l’approccio della Didion era consono alla filosofia pragmatica degli americani: affrontare e gettare dietro le spalle, per proseguire nel proprio futuro.
Avevo accettato la spiegazione, pur non riuscendo a comprendere le ragioni che consentissero una tale differenza tra questi nostri due "continenti occidentali", estremamente simili per cultura, almeno all’apparenza.
Questa differenza, in effetti, non l’ho avvertita con Yalom - americano ed ebreo di nascita, ma del tutto ateo nello spirito e nella pratica.
Tornando ai due libri di Yalom e Gardini, devo dire che la loro lettura mi ha suscitato reazioni del tutto diverse. Mentre il primo - pur essendo un tecnico del dolore e del lutto - ha saputo portarmi accanto a lui, ha suscitato emozioni e trasmesso empatia, il secondo mi ha lasciato fredda: ho seguito sì, con partecipazione, la dolorosa vicenda di Nicolas, ho provato pena per la sua fine, ma Gardini mi ha trasmesso solo "parole", concetti razionali, la cronaca di eventi, ma nessun pathos. Tra Nicola Gardini, quotato insegnante di Oxford, e me, lettrice italiana, non c’è stata alcuna trasmissione, alcun sentire è divenuto comunicazione. E non è forse per “comunicare” che si pubblica?
Si può scrivere per se stessi ma, se si pubblica, la volontà è quella di comunicare.
Dopo aver chiuso il libro di Yalom ho capito che sarei andata a leggere altri suoi libri (come ad esempio Psicoterapia esistenziale e Fissando il sole), non credo che sfoglierò altri scritti di Nicola Gardini.
La ragione?
Per me - anche se questo credo sia un approccio comune alla maggior parte di autori e lettori - leggere è si una forma di conoscenza, ma questa dev’essere trasmessa alla completa persona umana che io sono, quindi sì al mio cervello, al mio raziocinio, ma anche ai miei sentimenti, e quindi suscitare emozioni.
In Yalom ho trovato un compagno di strada, un uomo che vorrei avere come amico, che mi piacerebbe incontrare pur essendo i nostri mondi lontanissimi. Per Gardini ho provato pena, mi è spiaciuto per la sua perdita, ma tra noi non c’è stato né mai potrà esserci alcun contatto; ho sentito, invece, un forte sentimento di dolcezza per Nicolas e il suo atroce destino, pur avendo poco o nulla in comune con lui.
Ognuno reagisce ai fatti della vita secondo il proprio carattere, la propria storia personale, ma quando si decide di scrivere, di necessità si entra nella modalità "comunicazione", si esce da se stessi per relazionarsi con l’altro - il lettore. E, allora, se non si è disposti a mettere in comunione la propria esperienza, perché lo si fa? A cosa e a chi serve?
Sto parlando di due memoir che raccontano entrambi la storia di un amore che si conclude con la morte di un membro della coppia, una delle situazioni più dolorose e difficili che l’essere umano può trovarsi ad affrontare… ognuno di noi, è chiaro, può farlo riesce, e nessuno può permettersi di esprimere alcun giudizio. Ma chiunque prenda una penna in mano e decida di scrivere, accetta un a priori indiscutibile: ha deciso di comunicare.
E se questa comunicazione resta involuta, frammentaria e fredda, non c’è capacità letteraria che possa salvare questo scritto.
Flaminia P. Mancinelli
Inrvin D. Yalom,
Una questione di morte e di vita,
Neri Pozza, pp. 208
Nicola Gardini,
Nicolas,
Garzanti, pp. 276
Le immagini dell'articolo:
la fotografia di Irvin D. Yalow è dal sito di Neri Pozza
la fotografia di Nicola Gardini è di Nicolas Moureaux e proviene dal sito di Gardini