Susan Sontag, saggista o narratrice?
Intro
Il kit della morte fu edito negli Stati Uniti nel 1967, quando Susan Sontag - la sua autrice - aveva 34 anni. In Italia, un editore di tutto rispetto - qual era allora Einaudi - lo pubblicò nel 1973. Io lo acquistai dopo aver letto il suo saggio negli anni Ottanta, e da allora è rimasto ad aspettare nella mia libreria. Mi ha seguita in tutti i miei traslochi, in Italia e all’estero, con pazienza e fiducia…
In questi ultimi anni, con sempre maggior interesse mi sono dedicata alla lettura di memoir e autobiografie di donne, e tra queste non potevano mancare i Diari e taccuini di Susan Sontag, curati da David Rieff, figlio di Sontag, ed edito da Nottetempo. Da qualche settimana sono alle prese con il secondo volume, La coscienza imbrigliata al corpo - Diari 1964-1980.
È una lettura impegnativa, anche perché Rieff, forse per dimostrarci la molteplicità ecclettica degli interessi materni, non ha esitato nella sua selezione di includere paginate di elenchi, vuoi di film vuoi di letture, visti e letti - o da vedere e da leggere. 517 pagine che non si possono scorrere senza pause, divagazioni. E io, che volevo comunque restare in tema, sono andata a pescare tra gli scaffali proprio un romanzo di Sontag, che è stato scritto nel periodo in cui l’autrice appuntava i propri pensieri e i propri progetti in quel volume di diari.
Opinione
Ho "finalmente" concluso oggi, in un’assolata domenica di maggio, la lettura di Il kit della morte e sono più di due ore che m’interrogo sulla scelta di un aggettivo che possa definire il mio stato d’animo, senza alcuna possibilità di essere fraintesa.
E, purtroppo, non ce n’è che uno: deluso.
Delle autrici e degli autori che ho amato, dov’è stato possibile, ho sempre letto autobiografie, diari e/o epistolari, perché faccio parte di quei lettori che non amano disgiungere l’opera dal suo autore. Un esempio per tutti: Ferdinand Celine; la sua lingua ha innovato il francese letterario, che languiva da quanto fatto da Marcel Proust. Celine ha di sicuro innovato anche in relazione ai contenuti, ma per me i suoi libri restano l’opera di un fascista, di un anti-semita, e per queste sue drammatiche scelte sui suoi scritti c’è un’ombra per me incancellabile.
E veniamo a Sontag: leggendo i suoi memoir è evidente la sua costante ricerca culturale, il suo tentativo di essere al passo con gli autori che pubblicavano negli USA ma soprattutto in Europa. Un’attenzione costante che la costringeva a studiare anche i classici, che giustamente non poteva ignorare…
Ma se alla letteratura aggiungiamo gli altri suoi interessi (per l’immagine artistica, e quindi la pittura ma anche la fotografia, la passione per il cinema e il teatro, il sociale e la politica), tutti comprensivi di classici e contemporanei, alla fine è lecito domandarsi se una vita le sarebbe mai bastata…
È quindi con questa immagine di lei che io mi sono avvicinata al suo primo vero romanzo (preceduto solo dal breve e sperimentale Il benefattore), con un’aspettativa, non esito a confessarlo, spropositata.
Ed è spesso così, più grandi sono le nostre aspettative più ampie possono dimostrarsi le delusioni. Sarà capitato anche a voi.
Avevo molto apprezzato la sua opera di saggista (Sulla fotografia, realtà e immagine nella nostra società e Malattia come metafora e L'AIDS e le sue metafore) e, dopo aver letto buona parte dei suoi diari, non mi aspettavo ciò a cui mi trovai davanti.
Il kit della morte resta comunque, ai miei occhi, un libro denso, di pensieri oltre che di parole. È un libro da leggere con una matita sottomano, per sottolineare frasi ma soprattutto per fermare le riflessioni che suscita o le opposizioni che scatena, spesso estreme.
In massima sintesi è la storia di un uomo, Danton, e non aggiungerò altro sulla trama, perché farlo, oltreché inutile (è in ogni sito di vendita online la sinossi del volume), sarebbe un tradimento a Sontag.
Ne consiglio la lettura?
Dipende.
Dipende da chi siete, da quali autori e libri avete apprezzato, e fino a che punto amate la Letteratura…
Il peggior difetto di Il kit della morte?
A mio avviso l’età di Sontag, quando lo ha scritto, è la causa di questa manchevolezza. Se ne suoi diari inneggiava alla sintesi, qui è stata atrocemente prolissa. Per questo romanzo la misura delle pagine avrebbe dovuto essere drasticamente ridotta almeno della metà. Avremmo avuto, non dico un capolavoro, ma un testo citato nelle storie della letteratura del Novecento.
Ho cercato sul web dei lettori italiani che ne parlassero. Nulla, come se non fosse mai stato edito. Peccato, perché al di là dei difetti cui ho fatto cenno, il testo offre ampio materiale di discussione. Dico meglio: avrebbe offerto, perché ormai, a meno di un fuoco fatuo postumo dubito possa accadere, è un libro scivolato nell’oblio.
Peccato.
IL SASSOLINO NELLA SCARPA…
Ma allora, alla fin fine, Sontag era una narratrice o una saggista?
Perdonatemi se non risponderò alla domanda posta come titolo a questo mio articolo. Chiunque la legga è di sicuro in grado di esprimere un'opinione in merito.
È altro ciò cui, in conclusione, vorrei dedicare spazio.
Susan Sontag era una donna di grande cultura e estremo impegno sociale e politico, e questo mi sostiene nell’affermare che se non fu una grande narratrice, fu però un’esimia saggista, sensibile ai problemi del suo tempo e del mondo in cui viveva, per i quali non esitò a schierarsi, mettendoci la faccia in più di un’occasione. Salvo…
Salvo in merito al suo amore per persone del suo stesso sesso. Si sposò ed ebbe un figlio (David Rieff, appunto), ma furono donne quelle di cui in realtà s’innamorò e cercò l’amore per tutta la vita. Una bisessuale? Piuttosto una lesbica.
Ma quello che qui mi interessa sottolineare – il famoso “sassolino nella scarpa”-, non è tanto il privato sessuale della Sontag – per il quale potremmo dire senza alcun dubbio: erano affari suoi… Quanto il suo mancato Coming Out.
Sontag non era una qualsiasi signora Peppina, era una donna da barricate, un esempio per amici e persone che la guardavano con ammirazione, ma riguardo la sua omosessualità (salvo che nei diari) preferì tacere, indossando lo stretto abito della velata. E in questa sua scelta coinvolse anche il suo ultimo amore, Annie Leibovitz, fotografa, con la quale convisse per otto anni ma che definì sempre e solo “un’amica”.
Ecco, non è l’avermi delusa con la prolissità del suo romanzo a farmi male, è piuttosto il suo silenzio, il non aver trovato la voglia (?), il coraggio (?), di non aver sentito la necessità (?) di marciare sotto la bandiera Rainbow del popolo Queer.
“Necessario” è difatti l’impegno e il volto di chi è LGBTQI+ in una società che da secoli continua a massacrare tutti i diversi, e chi tra questi ama diversamente da quanto qualcuno ha stabilito sia “la normalità”.
Flaminia P. Mancinelli

Il kit della morte di Susan Sontag
Einaudi, pp.304
Attribuzione immagine di Susan Sontag:
Lynn Gilbert, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons