La solitudine è un vizio?
Quale può essere un incipit interessante per un romanzo?
Ve ne sono di infiniti, tanti almeno quanti romanzi dormono nelle biblioteche del nostro pianeta. Alcuni originali, altri scopiazzati e altri ancora unici.
Unico è, a mio parere, l’inizio di Il vizio della solitudine che l’autore affida a un cormorano. Sì, avete letto bene: uno di quei grandi uccelli, spesso neri, che popolano le regioni adiacenti al mare o limitrofe a fiumi o laghi. Il nostro è appollaiato su un grande pioppo, lungo le rive del Ticino e da lassù osserva parte degli avvenimenti cruenti che coinvolgono un gruppo di umani.
E l’epilogo, di questo ottimo libro che vi consiglio di prendere in mano (sia in cartaceo sia in ebook, e su Amazon anche in versione audio), ha per protagonisti altri volatili. Un grosso corvo, in special modo, che si è a sua volta appollaiato su un albero, dal quale osserva in una via di Milano il destino del protagonista del racconto.
Particolare o no?
In mezzo la storia di un uomo, un cinquantenne ex ispettore di polizia. Con lui attraversiamo soprattutto le periferie del capoluogo lombardo, fino a raggiungere spesso le rive di quel Ticino oramai poco pescoso.
Lo dico subito, per onestà verso chi mi legge: mi sono innamorata a poco a poco di quest’ultimo libro di Raul Montanari, un autore italiano che non si può incasellare in uno specifico genere letterario e buttare via la chiave, per quanto è stata varia, sino a oggi, la sua produzione che ha spaziato dalla narrativa alla saggistica, passando anche per l’elitario viottolo della poesia.
E, come per Montanari, nessun genere può incasellare questo romanzo. Così esso è una piacevole lettura per chi ama i Noir, ma altrettanto può avvincere chi legge narrativa tout court.
Il mio non è stato un colpo di fulmine, semmai l’opposto. Acquistato il libro d’impulso – colpita da quel sostantivo, “solitudine”, l’ho lasciato decantare per diverse settimane su uno dei tanti grattacieli di libri che costellano la mia abitazione.
Un giorno della scorsa settimana, poi, passandogli accanto per trovare un grattacielo atto ad accogliere un altro ospite, non ho potuto fare a meno di prenderlo in mano, sfogliarlo e iniziare a leggerlo.
La “solitudine”, che nel titolo è un vizio, accompagna da sempre Ennio Guarneri, il protagonista, ma non come un comportamento poco socievole generalizzato, bensì come la forma di un carattere introverso, abituato per prima cosa a fare i conti con se stesso e in quel modo ad affrontare e imboccare i bivi le la vita gli propone.
Ho nominato subito il Prologo e il cormorano, che ne è l’interprete principale, perché sin da quei primi paragrafi ho avuto modo di percepire la sensibilità di Montanari e le sue ottime doti di narratore, capaci di condurci a provare empatia immediata e compassione per quello sgraziato volatile.
Ed è così che in un attimo mi sono trovata a bruciare le prime settanta pagine. In un soffio.
Non mi affascinava il protagonista, non mi davano alcuna suggestione i luoghi che attraversava, ma quello che tra un’azione e un colpo di scena, un omicidio e un bacio è passato nella sua mente. Riflessioni esistenziali sulla sua situazione presente ma anche ricordi che scivolavano veloci fino alla sua infanzia.
Scrittrice a mia volta, non ho potuto fare a meno di domandarmi quanto Raul Montanari abbia regalato delle sue esperienze a Ennio Guarneri, quanti di quei pensieri, di quei flash–back che spesso raccontano di un’infanzia italiana “qualsiasi”.
Banale e quindi superfluo citare per questo la celebre frase di Gustave Flaubet “Madame Bovary c’est moi”…
Non importa, è ininfluente riguardo il mio innamoramento per questo romanzo. E non aggiungerò nulla sulla trama, per lasciare ai futuri lettori il piacere di scoprirne, passo passo, la tessitura delicata ma insieme rigorosa.
So per certo, comunque, che la prossima volta che attraverserò piazza Maciachini la guarderò con maggiore attenzione, e non soltanto per ritrovare il labirinto di vie che vi si intrecciano ma anche per scoprire se per caso, in un angolo… appoggiato a un portone, c’è fermo un cinquantenne, ben piazzato, con una maledetta passione per la solitudine.
Vi lascio alle vostre vite frettolose, non senza avervi citate due frasi che mi sono rimaste dentro e sulle quali mi sto ancora chiedendo se concordare o meno:
“L’amore ti insegna a morire”
e
“Il tempo non ha regole e di conseguenza neppure il nostro rapporto con esso può averne”
Flaminia P. Mancinelli
P.S.
...e la domanda del titolo, La solitudine è un vizio?, a ognuno la sua risposta.
Il vizio della solitudine di Raul Montanari
Baldini+Castoldi
La fotografia del cormorano è di JJ Harrison