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Una bastarda che ha elevato la Letteratura

A quasi sessant’anni dalla sua prima edizione in lingua francese, meritoriamente le edizioni Neri Pozza hanno ripubblicato, nella bella traduzione di Valerio Riva, “La Bastarda” di Violette Leduc. L’edizione italiana ha anche il merito di riproporci quest’opera con la prefazione che all’epoca le dedicò Simone de Beauvoir.

Ma chi è questa Leduc, così poco nota alla più parte dei lettori italiani?
La sua vicenda letteraria ha inizio nel 1946 con “L’ Asfissia”, quando Albert Camus opera perché questo suo primo scritto venga edito addirittura da Gallimard, uno dei massimi – se non il massimo – editori francesi. Negli ambienti culturali nella capitale d’Oltralpe se ne parla e molto, così come si continuerà a parlare anche delle sue successive opere. La cerchia di de Beauvoir e Sartre, di Camus e Genet, ma anche di Cocteau, solo per citarne alcuni, la stimano, la considerano, ma il pubblico dei lettori la ignora. Fino a quando, per uno di quegli assurdi scherzi del destino di cui la nostra vita è pregna, con La Bastarda scoppia il caso e, non solo il volume va a ruba, ma tutti vogliono leggere e conoscere anche le precedenti opere dell’autrice.

Violette Leduc in La Bastarda, come nella quasi totalità dei suoi scritti, racconta di se stessa, della sua vita, delle sue relazioni con le donne e gli uomini che ha frequentato, amato, odiato. Un Memoir, un diario, oppure un romanzo di quel genere tanto discusso che violette leducSerge Doubrovsky nel 1977 battezzerà (non inventerà) “Autofiction”?
Nessun diario è davvero scritto solo per noi stessi se, trascorsi gli anni della stesura, non lo gettiamo nelle vivaci fiamme di un camino… E, allo stesso modo nessun racconto autobiografico, per quanto si dichiari e voglia apparirlo, è tale e sincero sino in fondo.
Chi scrive sa di essere personaggio tra i suoi personaggi, e così Violette Leduc, che pure spesso richiama il lettore all’attenzione delle sue parole, lo sa benissimo, ma… Ma questo non le impedisce di essere nei confronti di se stessa più tagliente della lama di un rasoio, più pungente di uno spillo. Se ci sarà del sangue a spargersi sulle strade di Parigi e della Normandia sarà il suo. Lei non si fa sconti, non nasconde i lati peggiori di sé, fino a qual punto possono arrivare il suo egoismo, la sua meschineria. Eppure, anche la sua è un’opera letteraria e quindi, come tale, sa di dover apparire in pubblico e non risparmi belletto e cipria.

È bene che lo dica subito: ho adorato questo libro e, tempo permettendo andrò a leggermi in francese il seguito (“La Folie en tête” pubblicato nel 1970, sempre sotto l’ala protettrice della de Beauvoir), augurandomi che anche in Italia un editore lo ripubblichi (l’unica edizione in italiano è de La Rosa del 1982) per i nostri lettori.
Quanto precisato nelle righe precedenti si rendeva necessario per proteggere la possibile ingenuità di alcuni. Resta per me la realtà incontrovertibile di un’autrice tra le più grandi del Novecento, in grado di comporre una prosa che ha il suono dolce e melodioso di versi poetici.

 

Ascoltavo la radura: la sua spalla intorno alla quale
io folleggiavo. Le mie dita e le mie unghie ti
raccontavano la fragile luna intimidita da una nuvola,
il massacro di un tramonto, il trillo e la goccia d’acqua
dell’uccello di tenebra.”

“Un omosessuale è un fatto di nostalgia.
Pensa a quello che non ha avuto,
spesso è un angelo perduto nell’inferno dei rimpianti
.”

 

Così come l’esercizio dello stream of consciousness – il flusso di coscienza tanto caro a Proust, a Woolf e a Joyce – è per Violette Leduc un modo d’esprimersi immediato e naturale, per nulla ricercato o costruito.
Le chiacchiere intorno alla sua persona furono alimentate però non dall’ammirazione o dalla conoscenza, bensì dalla censura nella quale incappò – nella Francia di liberté fraternité égalité – più volte, compresa la prima parte di “La Bastarda”, che solo in seguito a tagli e cancellazioni poté essere pubblicato.
Destino analogo a quello di un’altra sua opera, “Thérèse e Isabelle”, che edito una prima volta nel 1966 ma castigato dalla censura, divenuto film per la regia di Radley Metzger nel 1968, e stampato finalmente in forma integrale nell’anno 2000!
E su cosa si appuntò la censura? Su quelle parti dei libri in cui Leduc descriveva l’amore tra due donne, amori saffici o, se preferite, lesbici. Un’etichetta – quella di omosessuale – che si attaccò sulla scrittrice francese sino alla sua morte.
Leggendo oggi “La Bastarda” quello che viene in mente è che forse lei fosse soltanto una persona, come la maggior parte di noi, in cerca d’amore. Lo dimostrano – se per caso ce ne fosse bisogno – le tante pagine dedicate proprio in questo romanzo al suo rapporto con il marito Gabriel o la sua lunga “infatuazione” per il celebre Maurice Sachs, noto omosessuale che le fu accanto per diversi anni, intravvedendo in lei la scrittrice in embrione e spingendola a prendere la penna in mano.
È questo che fa di “La Bastarda” una lettura per tutti.

Il racconto inizia con la nascita di una bambina che nessun padre riconosce e prosegue negli anni della Prima e della Seconda guerra mondiale, raccontandoci la Storia vista da un’ottica differente, forse per certi aspetti un po’ superficiale (come ad esempio riguardo il problema delle deportazioni degli ebrei che semplicemente “se ne andavano” o da un giorno all’altro non c’erano più), ma non si può fargliene una colpa, gran parte degli europei hanno capito troppo tardi il destino cui andavano incontro quelle persone sparite… C’è il racconto commovente della costruzione di una donna che, dopo aver patito per decenni un’assoluta disistima di se stessa, quasi senza rendersene conto diventa “forte, capace, sicura di sé”.
Tutto ciò accade, nelle pagine del libro, ad uso e consumo di un ipotetico lettore, spesso chiamato a testimone non solo dei fatti accaduti, ma anche delle mancanze e delle miserie dell’io narrante, la stessa Violette.

Pic, pic, pic, pic, pic. È la mia punteggiatura su un albero.
Il pic, pic, pic, pic, pic è anche la frescura del tronco dell’albero 
sotto il fogliame. Le mie strade lí, i miei ruscelli color del muro
corrono dal lato delle alture. Ogni tanto ritorna, riscompare
il ritornello dei ginnetti in fiore. Chiaroscuro: la collina incupita
dal suo coltrone d’alberi, la sua linea spezzata d’arbusti,
è a mezza costa la viva carta dei boschi, delle foreste
(viaggio in aereo senza salirci sopra); dietro la molle ondulazione
azzurrognola spoglia di guarnizioni, è la mia penna che ondeggia contro il cielo.
Rotondità, anfratti del monte, della collina mi consolano della mia castità.
Tre cipressi, tre fiamme di serenità là in fondo, in fondo. 
Più lontano, lontanissimo, un’apparenza di papaveri,
più lontano, lontanissimo, un vapore di papaveri.
Le macchie d’alberi da frutto appena piantati, cosa sono?
Le parallele della vigna a perdita d’occhio, del vigneto curato,
civilizzato. La terra pulita, la terra sana tra le file del vigneto.
Il capanno ha orecchie di foglie più grandi di lui.
Lì fa caldo, il caldo è domatore.
Ricordi del glaciale mistral della settimana scorsa.
Dei paesaggi circonvicini, ti darò soprattutto,
ti darò per prima cosa la carovana.
La carovana d’ombre che avanza su una montagna,
quello stormire d’alberi sul paesaggio di fondo dei
quadri italiani, te ne regalerò quanto vorrai.
E poi nuotiamo, nuotiamo nei sali da bagno.

 Flaminia P. Mancinelli

La Bastarda di Violette Leduc
Ed. Neri pozza, pp. 640